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| Musica da raccontare |
Questo disco (a proposito: si può ancora chiamare così?) non lo trovate nei negozi. Inoltre è già vecchio, roba da rottamare: pensate un po’, è stato prodotto – pardon, autoprodotto – sette od otto anni fa, nell’altro secolo. Né ci presenta, difetto ancora più grave, nani, ritmi o ballerine, ma solo una musica intensa, talvolta addirittura plumbea, quasi sempre dolente; l’unica eccezione è una scatenata Coccinella, naturalmente vestita di blu, ma si sente bene che quella farina non proviene dal medesimo sacco. Il disco non aveva e non ha neppure il pregio dell’attualità o l’audacia della denuncia; parlava di cose lontane, vecchie, vecchie perfino quando erano contemporanee alla scrittura, come il pezzo che prende spunto dalla morte di Franco Serantini; parlava di cose gravi, ma non con l’idea di puntare il dito contro, di smascherare alcunché al di fuori delle pulsioni dell’animo. Cantava e canta di “ninnole e nannole”, quella straordinaria, geniale deformazione lessicale che sa appunto di vecchio e che nel parlato poeticizza, puntualizza, estende e nobilita il neutro e burocratico eccetera: come nella ninna-nanna si tira di lungo, cantilenando all’impronta, fino a che il bimbo dorme, ninnole e nannole sono il piccolo di più, il non detto, il tenero accatastarsi di oggetti della memoria, l’insignificante elevato a sistema. Ma tanto le ninnole quanto le nannole sono lì, ineludibili e presenti; non ingombranti, di per sé stesse, ma tanto affastellate sul pavimento da costituire inciampo per qualche ballerina. Roberto Cadonici |
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